Strauss-Kahn, un affaire tutto europeo
Nella vicenda di Dominique Strauss-Kahn c’è l’aria fatale della capitolazione e del disdoro, del vizio privato che abbatte ogni convenzione e tramortisce il suo autore quando viene dato in pasto al pubblico. Il destino giudiziario dell’ormai ex capo del Fondo monetario internazionale è ancora da stabilire ma ci sono indizi piuttosto forti che quel qualcosa di incontrollato che si è accanito sabato all’ora di pranzo su una cameriera di un albergo di Times Square segni il confine fra un prima e un dopo. Leggi Il Cav. e DSK, ovvero la differenza tra un seduttore e uno stupratore di Pietrangelo Buttafuoco
11 AGO 20

Ma nella rappresentazione della caduta del politico socialista c’è in filigrana il motivo di uno scontro fra culture, un agone che ha a che fare con la concezione stessa del potere, dei rapporti internazionali e della gestione degli affari privati. Si tratta dello scontro fra il potere grigio dell’Europa e la leadership globalista del mondo anglosassone, la cui essenza è sublimata dal potere fattivo dell’America. Sono mondi contrapposti e che condividono aree di intersezione, ma che rivelano una certa incompatibilità di fronte a eventi pubblicamente rilevanti come l’arresto improvviso di Strauss-Kahn. David Rennie gode di un punto di vista privilegiato sulle relazioni fra la cultura anglosassone e quella europea. Per l’Economist è stato il titolare della column Charlemagne, dedicata all’Europa, e ora ha cambiato etichetta diventando l’autore di Bagehot, la rubrica più letta dagli osservatori della politica anglosassone. Al Foglio dice che Strauss-Kahn si è comportato come un “frenchman in America” e il punto, spiega, è che “in Francia può fare quello che vuole, in America no, perché per la cultura anglosassone l’ipocrisia è il peggiore dei peccati. Non puoi essere bravo pubblicamente se non lo sei anche privatamente e, viceversa, non puoi confessarti ed espiare i tuoi peccati, devi semplicemente comportarti bene”. In questo senso la cultura politica francese è l’unità di misura della concezione europea del potere. Nel Vecchio continente le brutture dei politici, i peccati privati e i tic inconfessabili vengono scoperti dopo la loro elezione, con un effetto dirompente che viene inevitabilmente mitigato dalla loro effettiva carica pubblica. In America si scava sulla storia e le personalità dei candidati prima ancora che inizi la campagna elettorale, in modo da escludere conflitti insanabili prima che il politico diventi un “civil servant” e venga premiato con l’aureola quasi intoccabile del servitore dello stato. Si tratta di un riflesso stilistico che racconta tutta la distanza culturale che divide le due sponde dell’Atlantico.
E’ nelle istituzioni internazionali che queste due scuole vengono a contatto provocando un attrito costante ma che soltanto gli eventi più spettacolari sono in grado di illuminare. Tradizionalmente l’Europa ha un peso pubblico maggiore dell’America quando si tratta di organismi sopranazionali, sia per quanto riguarda la natura economica delle relazioni che per quella politica. La regola vuole che in nome di uno spirito di equilibrio all’Europa vada la direzione del Fondo monetario internazionale mentre all’America quella della Banca mondiale; non a caso l’impegno quasi esclusivo del Fondo monetario internazionale consiste nello strutturare e dirigere i salvataggi degli stati europei a rischio default. L’Onu, formalmente il regno dove tutti sono belli e uguali, è un territorio apprezzato dal macchinoso multilateralismo europeo e snobbato dagli americani, la cui cifra politica è l’efficacia dell’azione. Il direttore del Center for transatlantic relations della Johns Hopkins University, Dan Hamilton, dice al Foglio che “l’Europa è eccessivamente rappresentata nelle istituzioni internazionali rispetto al suo reale peso politico. Anche perché l’Europa non ha una politica comune, ma al massimo un sentire comune, un modo di fare politica che è condiviso dai suoi membri principali. Per il resto l’Europa è una culla di conflitti interni, nazionalismi e personalismi inconciliabili. Nelle istituzioni economiche l’Europa conserva un ruolo formalmente di rilievo perché il mondo dopo la Seconda guerra mondiale era ancora un mondo totalmente eurocentrico. Anche oggi l’Europa è una potenza, ma è ovvio che l’idea del Vecchio continente che tira le fila dell’economia mondiale è stata sorpassata dagli eventi. E da parecchio”.
Aspettando il finale del romanzo chiaroscuro di Strauss-Kahn si può dire che il suo inciampo rimette più chiaramente a confronto due modelli di leadership globale e di gestione degli equilibri. E, ricorda Hamilton, “gli attori non sono soltanto due: l’idea che il capo del Fondo monetario internazionale possa finire la sua carriera in quel modo è uno stimolo per le altre potenze lontane dall’Atlantico a fare un passo avanti e dire: ‘Perché noi non siamo inclusi nel processo decisionale?’. E’ normale quando c’è una crisi di leadership che gli attori finora estromessi rivendichino il loro ruolo. E benché la fine di un direttore non cambi certo la politica di una struttura come quella del Fondo monetario, l’impressione di una crisi della leadership europea è inevitabile”.
La concezione americana è contemporaneamente più ruvida e più levigata. “Questa Amministrazione – dice Hamilton– sta cambiando il suo approccio verso una concezione multilaterale, come si è visto ad esempio sull’intervento in Libia per il quale la Casa Bianca ha aspettato la copertura della risoluzione dell’Onu”. Ma allo stesso tempo è più liscia e trasparente, meno abbarbicata ai muriccioli dei suoi stessi vizi, più serafica ed effettiva.
Il Wall Street Journal ha visto nella gestione della vicenda Strauss-Kahn un “double standard”, una doppia morale che tende a proteggere gli europei (gli animatori istituzionali) e a punire gli americani (gli esecutori effettivi). Il giornale conservatore ricorda il drammatico licenziamento di Paul Wolfowitz, il consigliere di Bush decisivo nel frangente dell’invasione dell’Iraq, dalla presidenza della Banca mondiale. Wolfowitz è stato allontanato con l’accusa di aver favorito la carriera di un’economista con la quale aveva una relazione, anche se “ha informato gli ufficiali della banca e non ha mai violato la policy dell’istituzione”, scrive il Wall Street Journal.
L’intellettuale neocon è stato cacciato con disprezzo, mentre la relazione di Strauss-Kahn con una collega del Fondo nel 2007 gli è valsa soltanto una reprimenda non vincolante scritta in burocratese: “Un serio errore di valutazione”. Un buffetto sulla guancia e DSK è rimasto in sella fino a quando l’errore di valutazione è diventata un’accusa di stupro e sequestro di persona. Sono gli strani destini incrociati delle istituzioni internazionali, dove una certa cultura europea ha imposto una legge in cui agli appartenenti al proprio gruppo ideologico è concesso se non proprio tutto almeno molto. Rennie lo dice senza troppi giri di parole: “Wolfowitz è stato cacciato dalla Banca mondiale perché aveva concepito la guerra in Iraq, non per altro”.
Leggi Il Cav. e DSK, ovvero la differenza tra un seduttore e uno stupratore di Pietrangelo Buttafuoco